lunedì, 29 giugno 2009

Amici,

 

dalle mie mini-ferie ad Addis Abeba mi riconnetto al mondo esterno. Generalmente sono in uno stato di isolamento difficile da sfondare. Mi sto abituando a non comunicare, mi sto lasciando alle spalle troppe cose. Finalmente la possibilita’ di aggiornarmi, finalmente avere ACCESSO ALLE NOTIZIE (nel bene e nel male...), soprattutto sapere e sentire da chi mi e’ caro e lontano.

Ritrovare molti di voi sul blog, che lentamente (o cumulativamente, visto che non lo aprivo da tanto!) si ripopola, mi stimola a scrivere e condividere, affrontando lo spettro del perdersi di vista, sempre in agguato quando ci si butta a capofitto nel lavoro e e in una nuova routine.

 

A meta’ di questo contratto e percorso a breve (?) termine, abbandonata la comoda scrivania dell’UNHCR in capitale (e la vita del cooperante in erasmus per eccellenza!), 6 mesi in un campo rifugiati tout court.

Cambiamento abissale, ovviamente, per condizioni di vita, lavoro, socialita’ e comunicazioni appunto.

Sto a 50 Km dal Sudan, in Benishangul-Gumuz che, secondo la logica e i piani di sviluppo, e’ una delle emerging regions d’Etiopia, ma molti etiopi non sanno nemmeno dove si collochi nella geografia del paese. Una bella regione: bassopiano verde, stracolmo di manghi, bambu' e...basta. Rurale, poverissima, dall’inquietante clima tropicale, che e' passata da caldo afoso e siccita’ a bora, fulmini e saette che mi terranno compagnia fino a settembre.

 

Il mio campo: non posso che definirlo sui generis, come tutta la situazione in cui sono capitata.

E’ campo sudanese per definizione, aperto nel ’97 per accogliere varie etnie del Sud scampate alla persecuzione del Nord e alle stesse lotte intestine (che si sono a volte riesumate nei campi stessi).

MA, c’e’ anche una zona che ospita comunita’ dei Grandi Laghi, soprattutto Tutsi da Congo e Burundi. E c’e’ anche la zona dei Darfuriani, che certo sono sudanesi ma diversi per provenienza e persecuzione. Il che presuppone diversi interventi per le diverse necessita’ e  i contesti di distanza abissale da cui arrivano queste popolazioni.

 

E’ un campo volto alla chiusura, come tutti i campi all’Ovest, e questo richiede un po’ di background: il rimpatrio in Sud Sudan è iniziato da due anni e prosegue. Dalla firma del trattato di pace tra nord e sud, secondo gli assessment e i criteri dell’HCR, l’area e’ pacificata (non sto a commentare i tempi e i rischi!).

Tra le soluzioni durevoli per i rifugiati, il resettlment in stati terzi viene concesso solo a casi speciali (non sto ad elencare i criteri e le politiche!), l’integrazione non è un’opzione vagliabile in Etiopia, neanche per chi ha vissuto qui gran parte della propria vita, per vincoli governativi (non sto a sproloquiare sull’assurdita’ e i ricatti!). Quindi il rimpatrio, che rimane comunque volontario, viene facilitato e promosso come migliore soluzione. Le comunicazioni ufficiose ribadiscono che per la maggior parte di sud sudanesi e’ arrivato il momento di tornare a casa: non si possono più giustificare richieste di grossi finanziamenti per mantenere i campi quando allo stesso tempo si ricevono soldi per reintegrare i returees in Sudan.

Nell’ultimo anno 2 dei 4 campi ventennali sono stati chiusi e a fine anno e’ previsto che anche uno dei due rimasti chiudera’, anche se non si e’ ancora trovato l’agreement col governo su quale dei 2.

Dal mio in particolare sono gia’ rientrate 10.000 persone, lasciando meno di 4000 sudanesi, che dovrebbero prima o poi volontariamente rientrare...

E si deve lavorare in questa prospettiva.

Per i consistenti tagli nei budget molte organizzazioni partner smontano e migrano a nord o a est (per le emergenze croniche di Eritrea e Somalia); le altre, a corto di finanziamenti, riducono programmi e staff. Anche lo staff HCR è ridotto ai minimi termini e i servizi vanno mantenuti basic per non incoraggiare a rimanere.

MA, ci sono mensilmente nuovi arrivi: dal Darfur, dove preferiscono attraversare l’enorme paese verso Est invece che affollarsi nei campi in Ciad o diventare IDPs; da Addis, che ci spedisce anche casi estremi dal Nord Kivu; dal Sud Sudan stesso, vengono a raggiungere familiari anche sapendo di non avere piu’ riconosciuto lo status di rifugiato, alla ricerca di una migliore istruzione o assistenza medica. E con la possibilita’ del consolidamento dall’altro campo, che significherebbe accogliere almeno altre 5.000 persone.

 

Inoltre, data la carenza di partner, l’HCR diventa, implementatore diretto, cosa più unica che rara, e io faccio parte di questo esperimento…

Siamo in 2 in Community Services, a fare assistenza e supporto ai gruppi più vulnerabili: bambini e ragazzini non accompagnati/separati dalle famiglie; le donne che subiscono una violenza endemica; sostegno ad anziani e disabili. E poi il famoso empowerment ai gruppi di rappresentanza dei rifugiati, che paradossalmente si riducono a discriminare minoranze e ad abusare del “potere” persino in questi posti...

Mah, mi tengo sul generale  di questa esperienza che forse e' la piu’ interessante che potevo fare, con tutto e il contrario di tutto che succede allo stesso tempo...

Ma e’ troppo alle condizioni di cui sopra.

Il breve termine diventa un’eternita’ per lo stress accumulato, il tempo che non basta, il budget ristretto e controllato, la frustrazione di non potere o non riuscire a fare di piu’, da UNV, con mancanza totale di supporto; il silenzio della sera... 

E da unica international, sono la nevrotica bianca che scorrazza a piedi per il campo, che si incazza se la gente non si presenta ai meeting, che va in crisi se la stampante non funziona, se il generatore brucia ogni apparato elettronico, se il telefono non e’ attaccato o non si fanno le corse a rispondere (non c’e’ network per i cellulari e un’unica linea fissa), se internet si oscura (un cavo da spartire in 6 e solo per mail ufficiali perché il satellitare costa un botto), se nulla funziona neanche nella cittadina in cui si va a fare “shopping” il sabato...

Vedere i colleghi etiopi cosi’ pacati, indifferenti, intorpiditi mi fa solo innervosire. Forse abituati a questa vita da tempo? O unica motivazione, arrivare alle 5 e mezza per chiudere ufficio e cervello?

Dovrei sentirmi nel posto giusto al momento giusto, egoisticamente parlando, parte di questo fermento, delle novita’ di ogni giorno...

Ma mi manca la discussione, consigli, confronto.

Aspettiamo a breve un protection officer. Aspetto qualche miglioramento...

 

Di ritorno all'isolamento,

un abbraccio

Eli  

 

 

postato da: kevlar19 alle ore 16:21 | Permalink | commenti (6)
Commenti
#1    30 Giugno 2009 - 10:28
 
Si era ipotizzato fosse dura...forse lo è anche di più! Dai, tieni duro, sarà un'esperienza unica che ti porterai dietro forever!! un abbraccio.
andres
utente anonimo

#2    02 Luglio 2009 - 08:49
 
Eli,
Bello leggere di te, avere tue notizie, sapere cosa fai come lo fai e come ti senti. Non c’e’ tutto questo in un blog aperto al pubblico, ma ho cercato tra le righe di vedere come sei diventanta, qual’e’ la luce dei tuoi occhi , la nuova espressione del tuo viso. Certa che tu sia cambiata. Certa anche che tu sia diventanta la nevrotica bianca che va in crisi contro la stampante bloccata (e mi pare di vederla la tua faccia!)! Ma certa anche che tu sia Elisa, con tutto l’entusiasmo per la vita e lo stupore nel vedere la realta’.
E’ questo che volevamo, no? E’ questo che volevamo capire, annusare, vedere. E’ questo che volevamo fare. Mi ricordo al colloquio per il master mi dicevi: “ma cosa devo dirgli delle mie motivazioni, che voglio cambiare il mondo?”. Be’, nessuno di noi adesso vuole piu’ cambiare il mondo. Altrimenti lo stress sarebbe troppo, il senso di inutilita’ ci schiaccerebbe, e poi, in fondo, siamo qui per noi stessi. Forse perche’ vorremmo fare qualcosa di utile, e VEDERE il mondo. Vedere, capire, imparare e infine cambiare. E’ la nostra sfida piu’ grande. E tu, ne sono certa, ce la stai facendo.
Mi piace il modo in cui guardi il mondo ed osservi le cose.
Lanciati nel mondo dei cooperanti erasmus per un po’, perche’ essere l’unica bianca in un campo rifugiati deve essere un’esperienza da mettere KO chiunque, anche un rinoceronte! Un poco di cooperanti erasmus, e poi, chi lo sa, un poco di europa, per riprendere il contatto con le strade asfaltate, il parrucchiere, il mascara, luce ed elettricita’ (tutte e due contemporaneamente)!
Conqui, un abbraccio forte forte da parte mia, un piacere nel sentirti parlare attraverso il blog, e una stretta forte della mia mano, che riservo di solito, alle persone che ammiro.
Agata
Ps Mi spiace non passare da Addis per cambiare aereo... ci saremmo potute incontrate! Invece vado a Paris via Entebbe (cercasi stagista protection disperatamente...)
A.
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#3    02 Luglio 2009 - 22:19
 
Eli, che bello sentire anche di te, grazie per il tuo post! Forse sembrano solo parole lontane, ma per me, e immagino per molti di noi che siamo rimasti o tornati, i vostri racconti sono un tesoro prezioso. Un grosso abbraccio
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente principessAle

#4    11 Luglio 2009 - 00:26
 
Brava Eli, tieni duro, nonostante tutto ti invidio un po' perché l'erasmus, alla lunga, stanca (ma di tanto in tanto serve anche quello!). Un abbraccio, Anna
utente anonimo

#5    14 Luglio 2009 - 14:48
 
Dai Eli tieni botta, e sfogati sul blog appena puoi, questo piccolo spazio libero può e deve anche fungere da valvola di sfogo, oltre che mezzo per tenerci in contatto. Un abbraccio, Fabio
utente anonimo

#6    15 Luglio 2009 - 09:44
 
Ti penso!!!
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Commenti

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