giovedì, 29 ottobre 2009

Mi chiedo. ma di cosa si lamenta mia madre, che sto vivendo in un paese pericoloso?

nel paesino di frontiera dove sto lavorando, ci sono morti a ripetizione, regolazione di conti, sicariato, altri effetti del conflitto. ne muore uno che ha una lunga lista di morti sulla coscienza e subito gli amici corrono a cercare i colpevoli, sperando di farli fuori. e se sbagliano, la faida si estende ulteriormente.

peró i morti li raccolgono subito. il paese, ormai abituato, fa capannello intorno al morto, si chiama la polizia, ci si ferma a commentare, il morto, anche se abituale, é un evento.

non un ostacolo da scavalcare mentre si sbrigano le commissioni della giornata.
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/attentato-napoli-dettagli/1.html

postato da: CAMOdoGLI alle ore 17:03 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 29 ottobre 2009
Mi piace questo sentirmi a casa in una casa passeggera, questo vedere le mie cose in camera mia, e sentirmi bene. Mi piace entrare a casa e giocare con i gatti, questa piccola insignificante quotidianità ricostruita, mi piace che i gatti abbiano il loro cestino, mi piace guardare le foto appese al muro, di me e di mia mamma quando io ero piccola e lei era giovane,i bigliettini inviati da chi mi vuole bene, le foto della mia vita, di paesaggi visti e osservati a lungo, di momenti emozionanti, del il mio passato, qualche piccola cosa che compone me stessa come sono adesso. Mi piace vedere i mobili che mi sono dipinta con una vernice di terza categoria in un rosso acceso, mi piace vedere le mie collane appese al muro, le collane di carta che si comprano in Uganda, mi piace vedere le tende che ho fatto fare con queste stoffe africane, appese con una corda alla finestra. Mi piace questa capacità di mettere radici, piantarsi, adattarsi in un luogo non tuo, e che mai, mai sarà tuo.  Mi piace avere delle piccole abitudini, maturate con le necessità e la quotidianità dello stare in un posto.



Mi piace avere delle valige in camera, il fatto di sapere di doverle riempire, prima o poi. Mi piace il fatto di trovarmi in un posto per cui se mi muovo, visito, scopro vedo. Mi piace poter assaporare la libertà che la vita offre, e la sensazione di allungare la mano e poterla prendere, questa libertà, prenderla tra le dita e gustarla a lungo.  Non mi piace dover chiamare per radio i guardiani, per dirgli di spegnere il generatore la sera, e rimanere con la mia torcia nel letto. Ma se ci penso, mi piace anche la torcia nel letto, e l’idea di sentirmi come da piccola mentre leggevo libri appassionanti la notte, che mi impedivano di dormire, e di nascosto sotto le coperte cercavo di sfuggire al controllo materno, che mi voleva vigile al mattino per andare a scuola.



Non mi piacciono le zanzare che ronzano nelle orecchie.



Non mi piace sentirmi svogliata e stanca, nel lavoro. Non mi piace sentire la voglia di andare via, di non continuare, di smetterla e non di non fare più nulla. Non mi piace il non sapere cosa succederà dopo, dopo che questo microcosmo creato in un anno svanirà, dopo… chi lo sa… il tempo scandito dalle pagine dei documenti di progetto: mese 1, mese 2, mese 3... Il tempo solo con scadenzario di attività e di budgets e di burocratiche tabelle da compilare, dove non emerge tutto il groviglio di sensazioni e di importanza che ogni attività ricopre, ma si misurano i ritardi. Dove non emerge il sorriso della gente, o l’incazzatura della gente, dove non emerge quasi nulla… scadenzario di doveri e regole e trucchi per rispettare delle regole … 



Mi spaventano le valigie e il tornare a casa, la sensazione di tuffo nel vuoto che ti dà la fine di un contratto; anche se mi crogiolo nella voglia di avere acqua corrente abbondante e sana, ed elettricità, e telefono e televisione e strade asfaltate e niente più brufoli per la polvere. Non mi piace avere parassiti intestinali, questo vivere con altri nella pancia.. cosa fanno poi nella mia pancia, io che rispetto tutte le norme igieniche possibili, mi lavo le mani assiduamente, disinfetto la verdura e mi passo il disinfettante ad ogni respiro… ed allora inseguo i domestici, per controllare se si lavano le mani, se disinfettano l’insalata, se… ma tanto basta prendere un pastigliozzo e tutto va via. Fino alla prossima volta.



Non mi piace questa mancanza di fascino di questo posto e di questa gente. Mi dispiace dirlo, ma non c’è, non lo trovo, non so che farci. Non riesco a vederci i tramonti rossi sul fiume Niger, non riesco a vederci il canto del muezzin sulle dune di Gao, non riesco a vederci la dolce malinconia del mediterraneo, non riesco a vederci l’araba bellezza di Tunisi né le incomprensibili risate dei bambini di strada. Non ce la faccio. La gente grigia di nebbia, di freddo, di guerra e di rabbia mi sta antipatica. La gente che se non la controlli ti ruba tutto. Mi affatica. Non mi piace sentirmi stanca, aver voglia di tornare a casa e non pensarci più. Mi piace che le donne partoriscano in un posto pulito, igienico, con qualche letto in più. Mi piace pensare che sia anche grazie a me. Mi piace pensare che i bambini imparino a leggere e a scrivere, anche grazie a me. Mi piace cercare di capire i bisogni e i problemi, ed inventarmi delle attività adatte, per poi scoprire, dopo, che anche altri lo fanno e che il bisogno esiste e che è importante quello che sto facendo.



Mi piace questo lavoro, la carica che ci vuole e che ci metto, l’entusiasmo che non manca.



Mi dispiace pensare che in questo posto non ci lascerò un pezzetto del mio cuore.

postato da: agatarom alle ore 07:28 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 27 ottobre 2009

Ciao miei cari, vi "appiccico" qua sotto un articolo/riflessione - a circolazione limitatissima - che ho scritto sulle elezioni di domani qui in Mozambico. Non appena possibile vi manderò anche qualcosa sui risultati, e magari vi scrivo anche un post più ameno. Un abbraccio, A.

Tra coloro che si occupano di politica africana, il Mozambico è generalmente considerato una “storia di successo”. Ed in effetti, lo è. Dagli accordi di Roma del 1992, che hanno messo fine alla guerra civile, a sua volta preceduta da una sanguinosa lotta contro la colonizzazione portoghese, il paese ha conosciuto oltre tre lustri di pace, sviluppo economico e buone pratiche democratiche.

Alternanza bloccata
Questo non vuol dire che vada tutto bene: si tratta pur sempre di uno dei paesi più poveri al mondo, sempre in fondo alla classifica dell'indice di sviluppo umano, e dove la corruzione è diffusa. D'altro canto, è necessario riconoscere che, dal 1994 ad oggi, si sono svolte tre tornate elettorali (presidenziali e legislative). Ed il prossimo 28 ottobre, il Mozambico eleggerà, per la quarta volta, il proprio presidente, nonché i membri del parlamento.
   

In tutte le tornate elettorali, il Fronte di Liberazione del Mozambico (Frente del Libertação de Moçambique, FRELIMO), che detiene il potere sin dall'indipendenza (1975), ha sempre ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, oltre alla vittoria del proprio candidato alle presidenziali.

Ciò non deve trarre in inganno: il FRELIMO vince per mancanza di alternative valide. Se nel 1994 il paese era spaccato in due, con i due principali partiti (FRELIMO e Resistenza Nazionale Mozambicana - Resistência Nacional Moçambicana -, RENAMO) entrambi vicini al 50% dei seggi, negli anni successivi la forbice si è allargata.

Abbandonati il marxismo-leninismo e l'organizzazione militare, il FRELIMO ha saputo diventare un partito politico al cui interno è permesso un certo grado di dibattito, e che non teme l’alternanza al potere. Non è un caso che nel 2003 Joaquim Chissano, presidente dal 1986, abbia deciso di non concorrere per un terzo mandato. Chissano costituisce un raro esempio di ex presidente africano vivo, democraticamente sostituito, e legalmente residente nel proprio paese, nel quale continua a svolgere ruoli di rappresentanza (di recente è stato, testimonial di una campagna di lotta all'HIV/AIDS a livello continentale).

La situazione è ben diversa nei ranghi della Resistenza Nazionale Mozambicana (Resistência Nacional Moçambicana, RENAMO), storico rivale del FRELIMO durante la guerra civile e, almeno sino ad oggi, seconda forza politica del paese. Sin dal 1979, la RENAMO è diretta da Alfonso Dhlakama, recentemente riconfermato come leader per ulteriori cinque anni. Negli ultimi anni, la RENAMO ha sofferto un'emorragia di consensi, e la cronaca politica dell'ultima legislatura ha riportato svariati casi di defezione nelle bancate parlamentari del partito. La RENAMO, pur ancora forte in alcune zone del paese, non sembra rappresentare oggi una reale alternativa al FRELIMO. 

Gli altri concorrenti.

Il FRELIMO e la RENAMO non sono gli unici partiti sulla scena politica, anche se sono i soli presenti su tutto il territorio nazionale. Alle imminenti elezioni si presenteranno anche altri partiti minori, i quali, tuttavia, concorrono solo in alcune delle 13 circoscrizioni.

La legge elettorale mozambicana, infatti, prevede che i partiti e/o le coalizioni presentino una lista per ciascuna circoscrizione, contenente un numero minimo di candidati pari al numero di seggi da attribuirsi, più tre. In molti casi, la Commissione Elettorale ha rilevato delle irregolarità, che hanno portato all'esclusione di alcuni candidati (ad esempio, perché erano stati registrati con documenti d'identità scaduti, o avevano precedenti penali). Questo ha fatto sì che venisse meno il numero minimo di candidati in una determinata lista, comportando l'esclusione del partito da quella circoscrizione. Con l'eccezione del  FRELIMO e della RENAMO – i quali, si ripete, si presentano in tutte le circoscrizioni – il  partito che concorre con più liste è il neonato Movimento Democratico  del Mozambico (Movimento Democrático de Moçambique, MDM). Tale partito è anche l'unico tra i “minori” a poter presentare un candidato alle presidenziali, Daviz Mbepo Simango, del quale si parlerà più avanti.

Le eliminazioni operate dalla CNE, come prevedibile, non hanno mancato di suscitare polemiche da parte degli esclusi, o di quelli che hanno visto sensibilmente ridotte le proprie chances  di entrare in Parlamento. Altre lamentele, invece, si sono levate per il fatto che non tutti i concorrenti godono delle stesse opportunità. Se i partiti principali, FRELIMO e RENAMO, possono contare su finanziamenti privati, i minori dipendono dai fondi pubblici messi a disposizione dalla CNE. Tali fondi sono stati concessi solo a seguito dell'ufficializzazione delle liste dei partecipanti alle elezioni, rese pubbliche lo scorso 5 settembre, a meno di due mesi dalle elezioni. Questo significa che la durata della campagna elettorale, già di per sé relativamente breve, è risultata de facto ancora più ridotta per quei partiti che hanno dovuto aspettare l'erogazione dei fondi della CNE per poter realizzare il proprio materiale divulgativo.  

 

Il terzo incomodo
Daviz Simango: chi è costui? Ingegnere,  45 anni, è l'attuale sindaco della città di Beira (la seconda città del paese), non deve essere confuso con il quasi omonimo David Simango, suo omologo nella capitale Maputo (il quale, tuttavia, è in forza al FRELIMO).

Daviz Simango è figlio di quel reverendo Urias Simango che fu vicepresidente  del FRELIMO, insieme ad Eduardo Mondlane. Nei primissimi anni dopo l'indipendenza, quando il FRELIMO ufficializzò la svolta marxista-leninista, il moderato Simango, trovatosi  in minoranza, lasciò il paese. Al suo rientro, additato come reazionario, venne spedito insieme alla moglie in un “campo di rieducazione”, dal quale non avrebbe mai fatto ritorno. Solo qualche anno fa, i dirigenti del FRELIMO hanno ammesso che i due, insieme a molti altri “reazionari”, erano stati fucilati. Il figlio Daviz, ancora giovanissimo, visse in esilio, e fece rientro in Mozambico solo dopo la fine della guerra civile.

Qualche anno dopo il suo ritorno in patria, Daviz Simango decide di entrare in politica, e si candida nelle file della RENAMO.  È da sottolineare il fatto che Daviz Simango non abbia mai partecipato alla lotta armata, il che lo rende una figura sicuramente più “presentabile” rispetto ad altri colleghi di partito. Non bisogna dimenticare, infatti, che la guerriglia della RENAMO, supportata per anni dal  Sudafrica dell'apartheid, si macchiò di molte atrocità (con ciò non si vuole minimamente assolvere il FRELIMO, la cui condotta non fu certo immacolata).

Nel 2003, Simango viene eletto sindaco di Beira, la seconda città del paese, storico bastione della RENAMO. Durante il suo mandato, si fa apprezzare per la gestione oculata della res publica. Tuttavia, alle amministrative del 2008, il leader del partito, Dhlakama, decide di non riconfermarlo, preferendogli il meno conosciuto Manuel Pereira. Simango, sostenuto da un certo numero di militanti della RENAMO, decide di candidarsi ugualmente, venendo per questo espulso dal partito. I cittadini lo riconfermato sindaco con circa il 60% delle preferenze, mentre Pereira raccimola appena un umiliante 2,7%. È la prima volta che in Mozambico un candidato indipendente ottiene una vittoria elettorale.

Forte del suo successo e, almeno a detta di alcuni, eccessivamente fiducioso delle proprie possibilità, nel 2009 Simango, crea un nuovo partito, si candida alla presidenza della Repubblica e propone le liste del MDM in tutte le circoscrizioni, per quanto, come già anticipato, la maggior parte di esse saranno poi state respinte dalla CNE. Il MDM guadagna spazio nella stampa locale, si fa portavoce delle lamentele degli esclusi dalla corsa elettorale.

Probabilmente, Daviz Simango sta davvero volando troppo alto, almeno per ora. Le probabilità di una sua elezione alla massima carica dello Stato sono minime, ed il suo partito potrà, in ogni caso, contare solo su una scarsa rappresentanza in Parlamento, visto che concorrerà in appena quattro circoscrizioni. Tuttavia, sarà molto interessante vedere quante preferenze riuscirà a catalizzare attorno ad una promessa di rinnovamento. In altre parole, il caso Simango è interessante in prospettiva, in quanto apre uno scenario di possibile alternanza per le future tornate elettorali.  

In attesa del 2014.

È abbastanza chiaro che il vero banco di prova per l'alternanza politica in Mozambico sarà rappresentato dalle prossime elezioni presidenziali e legislative, che avranno luogo nel 2014. Saranno le prime elezioni alle quali, per ragioni d'età, non parteciperà più la generazione degli “antichi combattenti”, e dovrà scendere in campo la nuova generazione cresciuta politicamente dopo la fine della lotta armata.

In mancanza di cambiamenti, dei quali al momento non si ha alcun sentore, la RENAMO potrebbe entrare in crisi, essendo che, sinora, ha sempre continuato a fare affidamento alla vecchia dirigenza da organizzazione militare.

Da parte sua, il FRELIMO dovrà trovare un successore di Guebuza, il quale non potrà ricandidarsi per un terzo mandato, a meno che non venga approvata una riforma costituzionale che disponga altrimenti. Ciò sarebbe possibile solo se nelle imminenti elezioni il FRELIMO ottenesse due terzi dei seggi in Parlamento, risultato già sfiorato nelle passate tornate elettorali. Stavolta il compito è reso più difficile dalla presenza del MDM, che potrebbe erodere una fetta, seppure minima, dell'elettorato del FRELIMO.

Tra i due grandi vecchi, resta appunto uno spiraglio per altri partiti, il più promettente dei quali sembra essere, al momento, il MDM. Resta da vedere se saprà insinuare un cuneo in questo spiraglio, lavorando sino ad aprire uno spazio di alternanza da sfruttare nei prossimi anni.

 

 

postato da: annaacida alle ore 12:25 | Permalink | commenti
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venerdì, 02 ottobre 2009

Ciao Ragazzi!


Vi scrivo per salutarvi e per darvi un aggiornamento della situazione.


Le novita’:


-          Ho uno stagista. Razazzo giovane con molto entusiasmo, molta volgia di fare, anche abbastanza competente. Va formato, ma impara presto, anche se ancora mi rendo conto che non posso affidarlgi proprio in toto le cose, pero’ insomma gli scarico un quintale di merda lavorativa da fare al giorno e sono felice! E’ il mio primo stagista, come si fa carriera!! Insomma da quando e’ arrivato le cose vanno meglio dal punto di vista lavorativo.


-          Ho attaccato a leggere moltissimo, non so bene come sia successo, ma mi faccio fuori i libri ad una velocita’ supersonica, tanto che ho dovuto attaccare la riserva di libri in italiano di MSF... e’ il mio piccolo momento personale, e ci sta benissimo la sera a letto. Mi sento come quando ero piccola che leggevo di nascosto sotto le coperte con una torcia perche’ la mamma non vedesse che stavo sveglia fino a tardi. Qui quando spengono il generatore io continuo a leggere fino a tardi con la lampada frontale, poi al mattino sono guai!


-          Hanno chiuso la nostra amata/odiata MONUC House. Era quasi l’unico locale di Bunia, dove si andava per bere/mangiare/incontrare TUTTI quelli che stavano a Bunia tanto prima o poi ci passavano. Costas, il greco che la gestiva, e’ tornato in Grecia, dopo aver cercato (ed essere ruscito) a vendere tutto quello che aveva di scorta nel magazzino a tutti gli umanitari di Bunia, compreso miele avariato cinese e altre stronzate varie.


-          Sta piano piano riaprendo l’unico supermercato internazionale di Bunia, tanto per cambiare il supermercato della MONUC... Adesso ha solo alcolici e sigarette, che vanno a ruba. Mi pare di essere a Stalingrado delle volte... sigarette alcolici e cioccolata. Pero’ viviamo nella speranza che riesca ad avere prodotti europei/capitalisti come pasta e altre specialita’ varie. Le scorte stanno finendo, ma i piu’ furbi di noi trovano certi prodotti dai “miliziani”, piccoli commercianti di Bunia che sono stati reintegrati dopo la guerra dal PNUD con delle attivita’ commerciali e che hanno capito quello di cui hanno bisogno i cooperanti, specialmodo italiani. Si sono piantati davanti alla sede di Coopi. Da loro puoi anche trovare il burro, che ci permette di confezionare dei fantastici biscotti nel week-end. Se glielo chiedi ti vendono anche dei sacchettini con cioccolatini, zuppa liofilizzata e altre leccornie MONUC che non so come i soldati evidentemente vendono in citta’...


-          I progetti avanzano/cominciano. E’ un momento di pianificazione delle attivita’, divertente ammetto. Pero’ sono molto stanca, mi sento questo anno di Congo sulle spalle e nelle gambe.  Mi ci vuole una pausa, pero’ mi dispiace anche mollare le attivita’ a meta’ progetto. Ma e’ un ciclo continuio, che’ se rimango piu’ a lungo altri progetti inizieranno e via cosi’ non ci sara’ mai fine. Qindi vabbe’, mollo tutto prima di bruciarmi con questa vita da espatriata in emergenza.  Qui mi pare di avere trovato un poco il mio riferimento, la mia famiglia. Con i colleghi adesso le cose vanno molto bene,  anche se siamo al solito troppo bruciati e alle volte ci sono attriti. Pero’ facciamo le cose, andiamo avanti, e anche tra scherzi e battutacce similrazziste ci vedo sempre una motivazione umanitaria forte, un’attenzione sempre a quello di cui i beneficiari hanno bisogno, sempre a pensare come potrebbe essere migliorato il nostro intervento, sempre a chiedersi come possiamo costruire un buon dispensario medico, a come migliorare la qualita’ dell’insegnamento nelle scuole, a come prevenire le violenze sessuali...(che qui vanno via come il pane!).


-          Mi chiedo cosa ne sara’ del mio futuro, quando avro’ finito qui e dovro’ prendere in mano la mia vita... ma credo anche che andro’ a trovare amici sparsi per il mondo e mi godro’ la liberta’ di movimento che ti regala questo lavoro, questo tipo di vita, quando non sei in congo!


-          In questo momento i movimenti qui sono ridotti, sti stronzi non hanno pagato l’esercito da mesi e i soldati sono incazzati, le milizie si agitano e noi non andiamo in giro, stiamo a Bunia buoni buoni. Si fa per dire perche’ la cosa bella del lavoro e’ vedere i beneficiari, e non potendolo fare e’ una palla, ci stressiamo molto di piu’. Possiamo fare delle andate e ritorni in giornata, e vabbe’... ci accontenteremo...


Insomma vi parra’ strano, ma per me va tutto bene, sono contenta. Un momento di entusiasmo, speriamo che duri!


Un bacio a tutti, e saluti da Bunia!

postato da: agatarom alle ore 20:53 | Permalink | commenti (6)
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martedì, 22 settembre 2009

Aeroporto di Kampla, Entebbe, Uganda.  


Per l’ennesima volta aspettare l’aereo, sdraiata su queste poltrone. Intanto la MONUC mi passa avanti con i suoi militari, i suoi giornalisti, i suoi berretti blu, i suoi giacca-e-cravatta.


 


Ascolto la musica. Un attimo prima di ripiombare nel lavoro, nelle pressioni, nello stress, nelle incomprensioni tra colleghi troppo stanchi, nelle feste alcoliche per dimenticare lo stress, per stare insieme, per sorridere. Prima di ripiombare nella mia vita. Che amo e odio.


 


Due settimane a casa. Pensieri sparsi di sensazioni e sentimenti e immagini.


Caldo scendendo dall’aereo, odore intenso di salsedine, sole sulla pelle. Sole caldo, sensazione conosciuta.


Le rocce nere contornano il blu del mare. Il verde intenso delle piante dei capperi casca stanco sui massi neri. Pesce marinato con limone e pezzi di frutta.. Salsedine sulla pelle, al sole, salsedine sui capelli. Frutti di mare crudi. Doccia serale che toglie il sale. La pelle sulla sabbia bianca, sole che scotta. Gelsomino odoroso la sera. Carne arrostuta per le vie del centro, peperoni, la carciofa. Serate con chiacchiere fino a tardi, amici, insicurezza. Chissà chi ha dimenticato, chi si ricorda…


Scillichenti, Sciacca, Punta delle Formiche, Isola delle Correnti, via Plebiscito…


A chi appartengo, a quale luogo, in quale mondo. Partite a pallone sulla spiaggia al tramonto. La mia macchina con dentro gli stessi vecchi CD di tre anni fa, prima della partenza, prima della nuova vita. Malinconia. Dovrei rimanere di più. Me lo ripento sempre, non lo faccio mai. Mai abbastanza per sentire che appartengo a questi luoghi. Ma abbastanza per sentire che ci appartengo, in realtà, e per sentire tutto il dolore del graffio e dello strappo.


Il mio appartamento, con le pitture alle pareti fatte da me in un altro grande momento di cambiamento della mia vita. Leggo “novembre 2000”. Vecchie foto. Io giovane. Forse non riuscirei più a vivere qui dentro. Tutto troppo conosciuto. Forse. O forse non vedo l’ora di vivere di nuovo tra queste pareti multicolori. Che però non mi rispecchiano più. Città che non conosco, ma che conosco benissimo. Città amata e odiata, da sempre. Città che mi ha respinto. Città che mi accoglie. Città della mia identità. Città della mia disidentità.


E la malinconia della riviera del nord, delle vecchie canzoni ballate e cantate, delle passeggiate lungo un mare nero.


E riscoprire la parte affettiva della vita, la dolcezza, l’amicizia. O quello che è.


E poi di nuovo, valigia, biglietto, passaporto, città africana quasi europea. Piccolo aereo, Bunia la polverosa. E i colleghi troppo stanchi, i progetti troppo difficili, la doccia con i secchi.


 


E la sensualità delle vite disperate.


E libertà.

postato da: agatarom alle ore 20:04 | Permalink | commenti (4)
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venerdì, 04 settembre 2009

Cari amici, vi scrivo più per sfogarmi che per altro.

Volevo fare alcune considerazioni su ciò che sta avvenendo qui in Italia, e credo che questa sia quanto mai la sede più adatta per farlo dato che lo spirito che anima il blog è quello di raccogliere racconti, testimonianze e riflessioni sulle realtà più arretrate del pianeta.

Posto che la libertà di informazione è un concetto che non appartiene a questo paese, mi sembra che si stia un po' superando il limite. Siamo arrivati al punto che i giornali, anzi i loro direttori, si fanno la guerra personale (o per procura) solo perchè la chiesa pur facendo affari con cosa nostra non approva che il loro spaventapasseri vada a troie perchè è immorale (a dire il vero sono le troie che vanno da lui, ma non cambia molto). Allora questi eserciti di scarafaggi cominciano a spararsi tra di loro palline di merda, che diventano macigni solo perché passano attraverso la cassa di risonanza di un etere e di una carta stampata completamente occupata dai suddetti. Il risultato è che così facendo veniamo inzozzati pure noi, e la puzza che si sente al di fuori finisce per farci passare nientemeno che per un popolo di merda (non mi pare di averlo letto direttamente, ma da molti editoriali dei giornali stranieri il senso che trapelava mi pareva quello). Mi dispiace un sacco dato che non mi sento di appartenere ad un popolo di merda, ma piuttosto a quello di Teresa Sarti o di Fernanda Pivano, solo per fare due esempi. Comunque, forse non volendo, capita che ogni tanto qualcuno venga colpito e si faccia un po' male, come il direttore dell'Avvenire che ha dato le dimissioni frignando come una bambinetta, e al cui soccorso sono corsi tutti gli altri stercolari. Proverei a scommettere che tra non molto ce lo ritroveremo riabilitato in pieno e alla guida di qualche testata ancora più squillante, non so ma è come una sensazione.

Ho citato prima due Donne con la D maiuscola, che da poco hanno purtroppo lasciato questo mondo, e che hanno contribuito non poco alla crescita e al prestigio del nostro paese, nonostante la schiera di pornoministre abbia fatto di tutto per intaccarlo. In verità mi pare che questa nuova generazione di veline, letterine, bucchine e quant’altro abbia fatto di tutto per intaccare anche l’onore femminile in generale, letteralmente massacrato a colpi di lingua, e con questo non mi riferisco solo alle parole che hanno usato nei dialoghi pubblici e soprattutto privati… (http://www.clarin.com/diario/2009/08/06/um/m-01973036.htm) (http://www.clarin.com/diario/2008/07/05/elmundo/i-01708762.htm). Mi fa davvero specie che una tale ondata di violenza sia venuta proprio da delle donne, che nella maggior parte dei casi sono state il vero motore dei movimenti progressisti. Violenza che non solo hanno esercitato sui propri corpi, ma anche e soprattutto sulle parole. Infatti le parole, come ad esempio “pari” e “opportunità” , hanno dovuto forzatamente abbandonare il loro significato per abbassarsi al livello del marciapiede, creando nuovi e agghiaccianti sinonimi quali “corpo” e “merce”. Ovviamente la colpa non è delle donne, ma piuttosto di tutte quelle che cedono la loro dignità e si mettono a succhiare dalla mammella del pappone di turno. Diceva il Faber: “Dove sono andati i tempi di una volta, per giunone, quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione?“. Dopo aver perso le parole, speriamo di non perdere anche i nostri sogni, e cerchiamo di far capire che una vera Donna non è quella che si è inchinata sotto il tavolo di un’assemblea, ma è colei che per esempio ha mostrato una foto a Plaza de Mayo. Nel vero significato del termine “Per esempio”.

La violenza delle parole, dicevo. Su questo punto poi mi trovo davvero in difficoltà, in quanto come potete vedere mi trovo ad inveire contro questa situazione sfoderando il peggio del mio vocabolario, lasciandomi così trascinare in questa spirale. Chiedo scusa a chi legge, ma come dice il blog non sono un diplomatico, e questo sfogo mi serve anche per poi calmarmi e passare oltre. E poi che sarà mai, in Italia ci sono persone che usano frasi ancora peggiori,come ad esempio quello lì che ha cantato canzoni sui “napoletani colerosi e terremotati che col sapone non si sono mai lavati”, e non si è fatto neanche accompagnare dalla chitarra di Apicella. Dove sta questo simpatico e goliardico istrione? Io l’avrei mandato a dirigere il traffico a Secondigliano, e invece sta a Bruxelles (http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/politica/salvini-a-pontida/reazioni-salvini/reazioni-salvini.html). D’altronde cosa ci si poteva aspettare da un partito che annovera tra le sue file un trippone fascista che ha dato fuoco ad un immigrato (forse perché invidioso della sua linea e della sua abbronzatura), e poi uno che ha fatto vedere in tivù una vignetta anti islamica e che si è salvato la cotenna solo perché i musulmani non macellano i maiali, ma soprattutto un capo del partito che fa talmente schifo che pure il demonio, quando era giunta la sua ora, non l’ha voluto tra i coglioni e ce l’ha rimandato indietro. Senza parlare delle nuove leve, come per esempio l’erede al trono di Padania che si è inventato il gioco su facebook del rimbalza il clandestino, deluso dai fallimenti registrati con le forme ad incastro prima e con l’unisci i numeri poi. Dopo tutto questi giovani devono divertirsi. La cosa preoccupante è che hanno scoperto il gioco della ronda, nel quale diverse squadracce si confrontano e vince il branco che marca per primo il territorio spargendo escrementi per le strade delle varie città.

Fatta questa analisi socioantropologica dell’intellettuale, della donna e dell’uomo nuovo italiani, che stanno uscendo da questo macabro esperimento mediatico, che neanche il più visionario degli scrittori di fantascienza dopo un acido avrebbe potuto concepire così, potrei tornare alla realtà e chiudere questo post delirante con la cosa più positiva che ho potuto osservare negli ultimi tempi. Ed è quella che per fortuna, al di là tutte queste vicende squallide ci sono sempre persone che nulla hanno a che vedere con questa feccia, che non hanno deciso di barattare la propria identità per una preconfezionata, e che non ripetono a pappagallo tutte le palle con cui vengono bombardati. Mi piace pensare che stiano mettendo in pratica una nuova forma di resistenza e spero che siano loro a tramandare qualcosa alle generazioni future. Ho finito.

Scusate lo sfogo, ma quanno ce vò, ce vò.

Un caro saluto a tutti

 

postato da: afabbioo alle ore 14:58 | Permalink | commenti (4)
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martedì, 21 luglio 2009
Da Gerusalemme e dalla Palestina alcuni primi spunti:
Il muro del pianto
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Muri e martiri:
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"Il" muro:
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Altri muri:
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postato da: andresig alle ore 17:09 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 29 giugno 2009

Amici,

 

dalle mie mini-ferie ad Addis Abeba mi riconnetto al mondo esterno. Generalmente sono in uno stato di isolamento difficile da sfondare. Mi sto abituando a non comunicare, mi sto lasciando alle spalle troppe cose. Finalmente la possibilita’ di aggiornarmi, finalmente avere ACCESSO ALLE NOTIZIE (nel bene e nel male...), soprattutto sapere e sentire da chi mi e’ caro e lontano.

Ritrovare molti di voi sul blog, che lentamente (o cumulativamente, visto che non lo aprivo da tanto!) si ripopola, mi stimola a scrivere e condividere, affrontando lo spettro del perdersi di vista, sempre in agguato quando ci si butta a capofitto nel lavoro e e in una nuova routine.

 

A meta’ di questo contratto e percorso a breve (?) termine, abbandonata la comoda scrivania dell’UNHCR in capitale (e la vita del cooperante in erasmus per eccellenza!), 6 mesi in un campo rifugiati tout court.

Cambiamento abissale, ovviamente, per condizioni di vita, lavoro, socialita’ e comunicazioni appunto.

Sto a 50 Km dal Sudan, in Benishangul-Gumuz che, secondo la logica e i piani di sviluppo, e’ una delle emerging regions d’Etiopia, ma molti etiopi non sanno nemmeno dove si collochi nella geografia del paese. Una bella regione: bassopiano verde, stracolmo di manghi, bambu' e...basta. Rurale, poverissima, dall’inquietante clima tropicale, che e' passata da caldo afoso e siccita’ a bora, fulmini e saette che mi terranno compagnia fino a settembre.

 

Il mio campo: non posso che definirlo sui generis, come tutta la situazione in cui sono capitata.

E’ campo sudanese per definizione, aperto nel ’97 per accogliere varie etnie del Sud scampate alla persecuzione del Nord e alle stesse lotte intestine (che si sono a volte riesumate nei campi stessi).

MA, c’e’ anche una zona che ospita comunita’ dei Grandi Laghi, soprattutto Tutsi da Congo e Burundi. E c’e’ anche la zona dei Darfuriani, che certo sono sudanesi ma diversi per provenienza e persecuzione. Il che presuppone diversi interventi per le diverse necessita’ e  i contesti di distanza abissale da cui arrivano queste popolazioni.

 

E’ un campo volto alla chiusura, come tutti i campi all’Ovest, e questo richiede un po’ di background: il rimpatrio in Sud Sudan è iniziato da due anni e prosegue. Dalla firma del trattato di pace tra nord e sud, secondo gli assessment e i criteri dell’HCR, l’area e’ pacificata (non sto a commentare i tempi e i rischi!).

Tra le soluzioni durevoli per i rifugiati, il resettlment in stati terzi viene concesso solo a casi speciali (non sto ad elencare i criteri e le politiche!), l’integrazione non è un’opzione vagliabile in Etiopia, neanche per chi ha vissuto qui gran parte della propria vita, per vincoli governativi (non sto a sproloquiare sull’assurdita’ e i ricatti!). Quindi il rimpatrio, che rimane comunque volontario, viene facilitato e promosso come migliore soluzione. Le comunicazioni ufficiose ribadiscono che per la maggior parte di sud sudanesi e’ arrivato il momento di tornare a casa: non si possono più giustificare richieste di grossi finanziamenti per mantenere i campi quando allo stesso tempo si ricevono soldi per reintegrare i returees in Sudan.

Nell’ultimo anno 2 dei 4 campi ventennali sono stati chiusi e a fine anno e’ previsto che anche uno dei due rimasti chiudera’, anche se non si e’ ancora trovato l’agreement col governo su quale dei 2.

Dal mio in particolare sono gia’ rientrate 10.000 persone, lasciando meno di 4000 sudanesi, che dovrebbero prima o poi volontariamente rientrare...

E si deve lavorare in questa prospettiva.

Per i consistenti tagli nei budget molte organizzazioni partner smontano e migrano a nord o a est (per le emergenze croniche di Eritrea e Somalia); le altre, a corto di finanziamenti, riducono programmi e staff. Anche lo staff HCR è ridotto ai minimi termini e i servizi vanno mantenuti basic per non incoraggiare a rimanere.

MA, ci sono mensilmente nuovi arrivi: dal Darfur, dove preferiscono attraversare l’enorme paese verso Est invece che affollarsi nei campi in Ciad o diventare IDPs; da Addis, che ci spedisce anche casi estremi dal Nord Kivu; dal Sud Sudan stesso, vengono a raggiungere familiari anche sapendo di non avere piu’ riconosciuto lo status di rifugiato, alla ricerca di una migliore istruzione o assistenza medica. E con la possibilita’ del consolidamento dall’altro campo, che significherebbe accogliere almeno altre 5.000 persone.

 

Inoltre, data la carenza di partner, l’HCR diventa, implementatore diretto, cosa più unica che rara, e io faccio parte di questo esperimento…

Siamo in 2 in Community Services, a fare assistenza e supporto ai gruppi più vulnerabili: bambini e ragazzini non accompagnati/separati dalle famiglie; le donne che subiscono una violenza endemica; sostegno ad anziani e disabili. E poi il famoso empowerment ai gruppi di rappresentanza dei rifugiati, che paradossalmente si riducono a discriminare minoranze e ad abusare del “potere” persino in questi posti...

Mah, mi tengo sul generale  di questa esperienza che forse e' la piu’ interessante che potevo fare, con tutto e il contrario di tutto che succede allo stesso tempo...

Ma e’ troppo alle condizioni di cui sopra.

Il breve termine diventa un’eternita’ per lo stress accumulato, il tempo che non basta, il budget ristretto e controllato, la frustrazione di non potere o non riuscire a fare di piu’, da UNV, con mancanza totale di supporto; il silenzio della sera... 

E da unica international, sono la nevrotica bianca che scorrazza a piedi per il campo, che si incazza se la gente non si presenta ai meeting, che va in crisi se la stampante non funziona, se il generatore brucia ogni apparato elettronico, se il telefono non e’ attaccato o non si fanno le corse a rispondere (non c’e’ network per i cellulari e un’unica linea fissa), se internet si oscura (un cavo da spartire in 6 e solo per mail ufficiali perché il satellitare costa un botto), se nulla funziona neanche nella cittadina in cui si va a fare “shopping” il sabato...

Vedere i colleghi etiopi cosi’ pacati, indifferenti, intorpiditi mi fa solo innervosire. Forse abituati a questa vita da tempo? O unica motivazione, arrivare alle 5 e mezza per chiudere ufficio e cervello?

Dovrei sentirmi nel posto giusto al momento giusto, egoisticamente parlando, parte di questo fermento, delle novita’ di ogni giorno...

Ma mi manca la discussione, consigli, confronto.

Aspettiamo a breve un protection officer. Aspetto qualche miglioramento...

 

Di ritorno all'isolamento,

un abbraccio

Eli  

 

 

postato da: kevlar19 alle ore 16:21 | Permalink | commenti (6)
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giovedì, 18 giugno 2009

Premessa: mi scuso con quanti di voi, su questo blog, scrivono cose serie. Vi leggo e vi apprezzo. Ma io non ce la faccio, non ora.

I miei amici cooperanti lo sanno bene, in Africa non si vive di solo quadro logico. Quando stacchi dal lavoro, cerchi di distrarti come puoi. C’è, ad esempio, cooperante-erasmus. Non voglio demonizzare questa figura.

 Ce l’avevano detto, che è difficile mantenere una relazione sentimentale quando si vive 11 mesi l’anno in continenti diversi. Quando subisci una doppietta di shock culturali: il primo, quando arrivi in un mondo diverso dal tuo. Il secondo, quando torni a casa e nessuno sembra più capirti: la loro vita va avanti, anche senza di te, e Berlusconi ha ancora la maggioranza dei voti. Tu sei quello/a strano/a che vive in paesi lontani e fa un lavoro difficile da capire. D’altro canto, anche tu non capisci più il loro modo di vivere.

 

Spesso e volentieri, ti ritrovi in breve tempo single ed in terra straniera. Circondato da altri single (o aspiranti tali) in altrettanta terra straniera. Alle volte stringi legami con gente della tua stessa città, ma che in patria non avresti incontrato nemmeno per sbaglio, perché siete troppo diversi. Ma qui siamo tutti uguali, e ti affezioni in breve tempo a gente sconosciuta. E – nel tempo libero – rispolveri l’attitudine da erasmus: sesso droga e rock&roll.

 

Il modello sociologico che meglio descrive le relazioni all’interno della comunità espatriata nella fascia d’età 25-35 sembra la parodia di una telenovela brasiliana:

 

Ricardo vorrebbe avere una relazione con Gabriela (garofano e cannella), ma lei è ancora innamorata di Fernando, che però dopo qualche mese di tira e molla ha finito per preferirle la storica fidanzata Julia. Nel frattempo l’amica di Julia, Ana Paula, ha avuto un affaire con Ricardo, che è al contempo l’oggetto dei desideri di Isabel, molto amica di Gabriela, il che crea qualche complicazione, perché, vi ricordiamo, Ricardo ama Gabriela. Per consolarsi, Isabel fa un pensierino su Hector Kizomba, il bel maestro di danze africane, che, dopo averla corteggiata insistentemente, si rivelerà essere un uomo sposato. L’unico indigeno NON poligamo sembra esserselo accaparrato Gisela, amica di Gabriela e di Isabel. Intorno, altre coppie si sfasciano e si ricompongono (ma in combinazioni differenti) secondo schemi simili. Per il momento manca l’incesto, ma siamo solo alla 10.256ª  puntata, tutto può ancora succedere.

 

In questo modello, si distinguono due principali forze motrici (uguali e contrarie) che spingono in direzioni differenti.

 

La prima, è quella per cui l’expat cerca un altro/a expat, con il quale esiste un’affinità culturale: dopo il sesso, invece della sigaretta, si può sempre discutere su quale sia il modo migliore per formulare gli IOV, o su quale libro di Kapuscinski ci abbia appassionato di più. Certo, dal punto di vista estetico, l’expat difficilmente regge il paragone con i locali (dei quali sembra la versione da pubblicità anni ’80 sugli errori di lavaggio).

 

La seconda, è quella per cui l’expat cerca l’esotico/erotico, insomma, il nero che, notoriamente, snellisce e sta bene con tutto, sia con quella camicia demodée, sia accanto ai souvenir a forma di giraffa, circondato dalle tende fatte con tessuti africani. Certo, ha dei difetti: prima di tutto è fondamentalmente infedele, ed in un paese con il 16% degli adulti sieropositivi, non è proprio uno scherzo. Inoltre, e generalmente non per colpa sua, in moti casi ha una cultura da brividi: il vuoto pneumatico, un neurone che gioca a squash in un cervello grande quanto un’arachide. Però fa molto “etnico”.

 

Ovviamente, c’è anche la terza via. Che non c’entra nulla con le teorie politico-economiche. E’ il cosiddetto schema del ‘ndo coio, coio.

 

E dopo questa lezioncina di sociologia dell’espatriato, vi saluto tutti. Un abbraccio particolare a quelli che sono sul field e fanno una vita dura (Agata, la gallina non ha tentato di ribellarsi???), e tanti auguri a quelli che hanno trovato l’amore e deciso di mettere su famiglia.

 

postato da: annaacida alle ore 08:36 | Permalink | commenti (9)
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mercoledì, 17 giugno 2009

Cosa sapete o credete di sapere? mi dicono che i tg non ne hanno parlato o molto poco han fatto vedere di quello che c'era. in  radio ho ascoltato 10 secondi bugiardi.
Possibile?
Eppure persino i principali media internazionali c'erano...
mah!
sulla carta stampata di oggi qualcosa c'è, ma perché è diverso da quello che c'è in rete (vedi Corriere della Sera)?
mah!
e anche: niente di quello che abbiamo fatto ieri era partitico (persino la presidente della provincia di l'aquila, del pd, è stata accantonata per questo motivo dai cittadini comuni  mentre si discuteva con un parlamentare del pdl sceso tra la folla), ma mi chiedo perché sono i giornali di partito che riportano l'avvenimento (vedi prima pagina di liberazione)?
mah! ma che paese è?


L'Aquila ha tremato già. E' il caso che tremi qualcun altro?

 alcuni esempi:


www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/sisma-aquila-11/proteste-parlamento/proteste-parlamento.html

news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8104342.stm

www.corriere.it/cronache/09_giugno_16/protesta_terremotati_abruzzo_montecitorio_8c892a56-5a75-11de-8451-00144f02aabc.shtml

http://fr.euronews.net/2009/06/17/la-colere-des-rescapes-de-l-aquila/

http://www.unita.it/news/interni/85689/abruzzo_sar_un_natale_in_tendopoli


http://www.reuters.com/article/worldNews/idUSTRE55F49C20090616



fatemi capire voi.
UN ABBRACCIO A TUTTI!

ar (Acerchiata)

RICOSTRUZIONE DAL BASSO

postato da: LoMonacoZenone alle ore 17:39 | Permalink | commenti (1)
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