Amici,
dalle mie mini-ferie ad Addis Abeba mi riconnetto al mondo esterno. Generalmente sono in uno stato di isolamento difficile da sfondare. Mi sto abituando a non comunicare, mi sto lasciando alle spalle troppe cose. Finalmente la possibilita’ di aggiornarmi, finalmente avere ACCESSO ALLE NOTIZIE (nel bene e nel male...), soprattutto sapere e sentire da chi mi e’ caro e lontano.
Ritrovare molti di voi sul blog, che lentamente (o cumulativamente, visto che non lo aprivo da tanto!) si ripopola, mi stimola a scrivere e condividere, affrontando lo spettro del perdersi di vista, sempre in agguato quando ci si butta a capofitto nel lavoro e e in una nuova routine.
A meta’ di questo contratto e percorso a breve (?) termine, abbandonata la comoda scrivania dell’UNHCR in capitale (e la vita del cooperante in erasmus per eccellenza!), 6 mesi in un campo rifugiati tout court.
Cambiamento abissale, ovviamente, per condizioni di vita, lavoro, socialita’ e comunicazioni appunto.
Sto a 50 Km dal Sudan, in Benishangul-Gumuz che, secondo la logica e i piani di sviluppo, e’ una delle emerging regions d’Etiopia, ma molti etiopi non sanno nemmeno dove si collochi nella geografia del paese. Una bella regione: bassopiano verde, stracolmo di manghi, bambu' e...basta. Rurale, poverissima, dall’inquietante clima tropicale, che e' passata da caldo afoso e siccita’ a bora, fulmini e saette che mi terranno compagnia fino a settembre.
Il mio campo: non posso che definirlo sui generis, come tutta la situazione in cui sono capitata.
E’ campo sudanese per definizione, aperto nel ’97 per accogliere varie etnie del Sud scampate alla persecuzione del Nord e alle stesse lotte intestine (che si sono a volte riesumate nei campi stessi).
MA, c’e’ anche una zona che ospita comunita’ dei Grandi Laghi, soprattutto Tutsi da Congo e Burundi. E c’e’ anche la zona dei Darfuriani, che certo sono sudanesi ma diversi per provenienza e persecuzione. Il che presuppone diversi interventi per le diverse necessita’ e i contesti di distanza abissale da cui arrivano queste popolazioni.
E’ un campo volto alla chiusura, come tutti i campi all’Ovest, e questo richiede un po’ di background: il rimpatrio in Sud Sudan è iniziato da due anni e prosegue. Dalla firma del trattato di pace tra nord e sud, secondo gli assessment e i criteri dell’HCR, l’area e’ pacificata (non sto a commentare i tempi e i rischi!).
Tra le soluzioni durevoli per i rifugiati, il resettlment in stati terzi viene concesso solo a casi speciali (non sto ad elencare i criteri e le politiche!), l’integrazione non è un’opzione vagliabile in Etiopia, neanche per chi ha vissuto qui gran parte della propria vita, per vincoli governativi (non sto a sproloquiare sull’assurdita’ e i ricatti!). Quindi il rimpatrio, che rimane comunque volontario, viene facilitato e promosso come migliore soluzione. Le comunicazioni ufficiose ribadiscono che per la maggior parte di sud sudanesi e’ arrivato il momento di tornare a casa: non si possono più giustificare richieste di grossi finanziamenti per mantenere i campi quando allo stesso tempo si ricevono soldi per reintegrare i returees in Sudan.
Nell’ultimo anno 2 dei 4 campi ventennali sono stati chiusi e a fine anno e’ previsto che anche uno dei due rimasti chiudera’, anche se non si e’ ancora trovato l’agreement col governo su quale dei 2.
Dal mio in particolare sono gia’ rientrate 10.000 persone, lasciando meno di 4000 sudanesi, che dovrebbero prima o poi volontariamente rientrare...
E si deve lavorare in questa prospettiva.
Per i consistenti tagli nei budget molte organizzazioni partner smontano e migrano a nord o a est (per le emergenze croniche di Eritrea e Somalia); le altre, a corto di finanziamenti, riducono programmi e staff. Anche lo staff HCR è ridotto ai minimi termini e i servizi vanno mantenuti basic per non incoraggiare a rimanere.
MA, ci sono mensilmente nuovi arrivi: dal Darfur, dove preferiscono attraversare l’enorme paese verso Est invece che affollarsi nei campi in Ciad o diventare IDPs; da Addis, che ci spedisce anche casi estremi dal Nord Kivu; dal Sud Sudan stesso, vengono a raggiungere familiari anche sapendo di non avere piu’ riconosciuto lo status di rifugiato, alla ricerca di una migliore istruzione o assistenza medica. E con la possibilita’ del consolidamento dall’altro campo, che significherebbe accogliere almeno altre 5.000 persone.
Inoltre, data la carenza di partner, l’HCR diventa, implementatore diretto, cosa più unica che rara, e io faccio parte di questo esperimento…
Siamo in 2 in Community Services, a fare assistenza e supporto ai gruppi più vulnerabili: bambini e ragazzini non accompagnati/separati dalle famiglie; le donne che subiscono una violenza endemica; sostegno ad anziani e disabili. E poi il famoso empowerment ai gruppi di rappresentanza dei rifugiati, che paradossalmente si riducono a discriminare minoranze e ad abusare del “potere” persino in questi posti...
Mah, mi tengo sul generale di questa esperienza che forse e' la piu’ interessante che potevo fare, con tutto e il contrario di tutto che succede allo stesso tempo...
Ma e’ troppo alle condizioni di cui sopra.
Il breve termine diventa un’eternita’ per lo stress accumulato, il tempo che non basta, il budget ristretto e controllato, la frustrazione di non potere o non riuscire a fare di piu’, da UNV, con mancanza totale di supporto; il silenzio della sera...
E da unica international, sono la nevrotica bianca che scorrazza a piedi per il campo, che si incazza se la gente non si presenta ai meeting, che va in crisi se la stampante non funziona, se il generatore brucia ogni apparato elettronico, se il telefono non e’ attaccato o non si fanno le corse a rispondere (non c’e’ network per i cellulari e un’unica linea fissa), se internet si oscura (un cavo da spartire in 6 e solo per mail ufficiali perché il satellitare costa un botto), se nulla funziona neanche nella cittadina in cui si va a fare “shopping” il sabato...
Vedere i colleghi etiopi cosi’ pacati, indifferenti, intorpiditi mi fa solo innervosire. Forse abituati a questa vita da tempo? O unica motivazione, arrivare alle 5 e mezza per chiudere ufficio e cervello?
Dovrei sentirmi nel posto giusto al momento giusto, egoisticamente parlando, parte di questo fermento, delle novita’ di ogni giorno...
Ma mi manca la discussione, consigli, confronto.
Aspettiamo a breve un protection officer. Aspetto qualche miglioramento...
Di ritorno all'isolamento,
un abbraccio
Eli